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Il valore invisibile del processo: Cosa perdiamo quando deleghiamo il processo?

Immagine del redattore: Gabriele Ricci
Gabriele Ricci
12 ore fa
Tempo di lettura: 3 min

Nel rapporto tra intelligenza artificiale e creatività, la tecnologia ci permette sempre più spesso di raggiungere un risultato senza attraversare il processo che un tempo era necessario per ottenerlo.


Questo rappresenta un enorme vantaggio in termini di tempo.


Ma quel processo produceva soltanto il risultato finale, oppure contribuiva anche a costruire il giudizio necessario per riconoscerne il valore?


La lettura di La luce e l'onda di Massimo Recalcati mi ha portato a riflettere ulteriormente sul ruolo dell'esperienza nei processi di apprendimento: non soltanto come passaggio necessario per raggiungere un risultato, ma come parte di ciò che ci trasforma mentre impariamo.


Studio visivo sul rapporto tra iterazione, processo creativo e intelligenza artificiale.

Viviamo in un’epoca dove i tool diventano sempre più potenti, e le risposte sono sempre più immediate. Questo, da un lato, ci aiuta, ma dall’altro cancella o erode un passaggio fondamentale dell’apprendimento che ci porta a padroneggiare uno strumento o un linguaggio. Questo passaggio è l’esperienza personale.


Essa rischia spesso di essere vista oggi giorno come qualcosa di superficiale o che ci fa “perdere tempo”. In realtà è proprio lì che risiede il passaggio centrale per definire il modo in cui useremo quello strumento o quel determinato linguaggio.


Infatti, quando deleghiamo l'esecuzione, rischiamo di delegare involontariamente anche parte dell'esperienza attraverso cui costruiamo il nostro giudizio in merito a quel tema.


Intelligenza artificiale e creatività: cosa accade quando eliminiamo il processo?


Per fare un esempio: un giovane designer può oggi ottenere rapidamente una composizione sofisticata, un'immagine, un concept o del codice senza aver attraversato tutti i tentativi che tradizionalmente conducevano a quel risultato.


Ha ottenuto l'output.


Ma ha anche acquisito la stessa capacità di giudicarlo?

Non necessariamente.


Questa distanza tra l'accesso al risultato e la costruzione della competenza apre quindi una domanda: cosa accade al nostro giudizio quando otteniamo un risultato senza attraversare parte del processo che tradizionalmente contribuiva a costruirlo?


Il valore dell'output e il valore del processo, infatti, non sono necessariamente la stessa cosa.


Supponiamo che io debba disegnare cento volte una figura.


Dal punto di vista produttivo, se una macchina può produrre immediatamente il risultato desiderato, ripeterla cento volte può sembrare inefficiente.


Ma quelle cento iterazioni potrebbero aver modificato il mio occhio, la mia sensibilità, la capacità di riconoscere gli errori, il mio gusto, la comprensione della forma e il giudizio sulle immagini successive.


Il processo produce un secondo output: noi stessi


Il risultato del processo non è quindi soltanto la centesima immagine.

Esiste un secondo output, meno visibile: la persona che esce dal processo.


Questo non significa attribuire valore alla difficoltà in quanto tale.

Molti passaggi tecnici sono semplicemente attrito, e automatizzarli può liberare tempo e capacità cognitive per attività più significative. Non c'è necessariamente valore nel dedicare dieci ore a qualcosa che può essere fatto altrettanto bene in dieci minuti.


La distinzione interessante, quindi, non è tra manuale e automatizzato. È tra ciò che produce soltanto un risultato e ciò che, mentre produce quel risultato, contribuisce anche a trasformare chi lo sta facendo.


Quali parti del processo scegliamo di non delegare, non perché una macchina non possa eseguirle, ma perché attraversarle produce valore in noi?


Cosa non dovremmo delegare all'intelligenza artificiale?


Forse una delle competenze più importanti nell'era dell'intelligenza artificiale non sarà semplicemente sapere cosa possiamo delegare, ma comprendere cosa non vogliamo delegare.

Non perché quelle attività siano necessariamente impossibili da automatizzare, ma perché attraversarle continua a costruire qualcosa in noi: esperienza, sensibilità, memoria, gusto e, soprattutto, giudizio.

Se il valore umano si sta progressivamente spostando dall'esecuzione verso la capacità di scegliere, interpretare e attribuire significato, emerge allora un apparente paradosso: parte del giudizio di cui avremo sempre più bisogno potrebbe essere costruito proprio attraverso alcune delle esperienze che oggi siamo più tentati di saltare.


Forse, quindi, la domanda non è soltanto cosa la tecnologia possa fare al nostro posto.

Ma quali esperienze vogliamo continuare ad attraversare personalmente, perché contribuiscono a determinare chi diventiamo.




Questo articolo fa parte della ricerca The Human Alg9ri7hm™

The Human Alg9ri7hm™ è una ricerca artistica e progettuale di Gabriele Ricci che esplora l'evoluzione del valore umano nell'era dell'intelligenza artificiale. Attraverso articoli, opere, casi studio, conferenze e progetti interdisciplinari, la ricerca indaga le Human Variables che influenzano creatività, giudizio, collaborazione e capacità decisionale, osservando come il contributo umano evolva insieme alle tecnologie intelligenti.


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