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Generalista o specialista creativo: lo spazio che oggi conta di più.

  • Immagine del redattore: Gabriele Ricci
    Gabriele Ricci
  • 11 ore fa
  • Tempo di lettura: 3 min

Per molto tempo ho pensato che la domanda fosse inevitabile.

Quasi un passaggio obbligato, come una scelta di campo definitiva:


Sei un generalista o specialista creativo?


Me lo sono chiesto anch’io, più volte, ogni volta che iniziavo un progetto nuovo, ogni volta che aprivo un software diverso, ogni volta che qualcuno cercava di incasellarmi in una definizione chiara, semplice, spendibile.


Sono stato confuso ma poi ho capito una cosa: l'essere umano ama le etichette.


Rassicurano, ordinano, e rendono tutto più gestibile.Ma la realtà, soprattutto in ambito creativo, è raramente così ordinata.


Statua classica con visore di realtà virtuale, metafora del generalista o specialista creativo tra tradizione, tecnologia ed eclettismo contemporaneo

Generalista o specialista creativo: una prospettiva dalla biologia


La prima vera crepa in questa dicotomia mi è arrivata da un posto inaspettato: la biologia.


In natura esistono specie generaliste e specie specialiste. Le prime occupano territori ampi, si adattano a contesti diversi, competono con molti. Le seconde invece vivono in nicchie ristrette, hanno meno rivali, ma dipendono da condizioni molto precise.


Nessuna delle due strategie è tecnicamente “migliore”, sono semplicemente diverse forme di sopravvivenza.


Il panda, per esempio, è uno specialista perfetto: mangia quasi solo bambù.

Una scelta efficiente, ma quando il bambù scarseggia, quella stessa specializzazione diventa una fragilità.


A quel punto è stato impossibile non vedere il parallelo con il lavoro creativo di oggi.



Il lavoro come ecosistema instabile


Anche il nostro è un ecosistema; tecnologie che nascono e scompaiono, strumenti che diventano standard e poi improvvisamente obsoleti; competenze che ieri erano rare e oggi automatizzabili.


La specializzazione da sempre promette sicurezza: diventa bravissimo in una cosa sola e non dovrai temere più nulla. E in effetti la teoria funziona, finché il contesto resta stabile.


Il contesto però non è stabile; non lo è più da tempo.


In questo scenario instabile, continuare a ragionare in termini rigidi — generalista o specialista creativo — rischia di essere fuorviante.


Il punto non è scegliere un’identità definitiva, ma capire come muoversi in un sistema che cambia più velocemente delle etichette con cui proviamo a descriverlo.


E così capita che chi ha costruito tutta la propria identità su un’unica competenza inizi a sentire una strana tensione, come se il terreno sotto i piedi fosse diventato meno solido.



Quando la specializzazione diventa limitazione


C’è un altro effetto collaterale della specializzazione, più sottile: la visione a tunnel.


Quando si scava molto in profondità in un solo dominio, si rischia di perdere il quadro d’insieme, le connessioni laterali, le contaminazioni e le domande che arrivano da fuori.


Molti dei problemi interessanti che affrontiamo oggi non appartengono a una sola disciplina.

Non sono “di design”, “di tecnologia”, “di comunicazione”, bensì vivono tra le discipline.


E se guardi solo in una direzione, rischi di non vederli nemmeno.



La rinascita dell’eclettico


È in questo contesto che torna una figura antica, spesso fraintesa: l’eclettico. Non l’indeciso, non il superficiale, ma chi costruisce senso mettendo in relazione.


Gli eclettici, nell’antichità, non seguivano una sola scuola di pensiero; prendevano idee da più sistemi, più maestri, più tradizioni, e le facevano dialogare creando sintesi e nuove combinazioni.


Oggi, nel lavoro creativo, questo approccio è incredibilmente attuale.


Usare 2D, 3D, motion, AI, codice, storytelling in un solo progetto è qualcosa di normale non perché “bisogna saper fare tutto”, ma perché sono strumenti, linguaggi e prospettive diverse sullo stesso problema.


Nessuno è quello giusto, ma conta il modo in cui li fai parlare.



Specializzazione come base, non come gabbia


A questo punto è necessario però dirlo chiaramente: la specializzazione non è il nemico.

È necessaria, ed è ciò che ti dà profondità e credibilità. È la base solida da cui partire.


Il problema con essa nasce esclusivamente quando diventa una gabbia identitaria.


Quando non sei più una persona che usa una competenza, ma qualcuno che coincide con quella competenza.


Personalmente credo che oggi la vera differenza non la faccia chi è specialista di una soluzione, ma chi diventa specialista nell’individuare il problema giusto da risolvere.


E per farlo serve qualcosa che va oltre una singola disciplina: serve apertura, contaminazione e visione.



Stare nel mezzo, consapevolmente


Alla fine, mi trovo a ripensare che la domanda iniziale sia sbagliata.

Credo che oggi più che mai, non si tratta di scegliere tra generalista e specialista, ma si tratta di abitare consapevolmente quello spazio nel mezzo. Con una base profonda e solida ed uno sguardo ampio.


In un mondo che cambia in fretta, l’iper-specializzazione può essere efficiente, ma fragile.


L’eclettismo consapevole, invece, costruisce resilienza e, soprattutto, mantiene viva la curiosità che alla fine è sempre stata la vera materia prima di ogni processo creativo.


-G. Ricci


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